Stupro d’Artista

La vita del regista Roman Polanski, indiscusso maestro del cinema e premio Oscar 2002 per Il Pianista, è stata costellata di eventi tragici e di violenza inaudita. Fin dall’infanzia, quando costituiva il divertente bersaglio di cecchini nazisti, dopo che gli avevano deportato ed ucciso la mamma ad Auschwitz, poi nella maturità quando seguaci di Charles Manson uccisero atrocemente sua moglie, la splendida attrice Sharon Tate e la creatura che portava in grembo.

L’episodio che lo ha riportato recentemente agli onori della cronaca risale a 32 anni fa: il regista, ospite nella villa di Jack Nicholson e sotto l’effetto di stupefacenti, abusa di una ragazzina tredicenne, aspirante modella, e per questo reato (ammesso dallo stesso Polanski) viene condannato ad una pena detentiva che non sconterà perché fuggirà dagli USA, riparando in Francia.

Ma ecco che, arrivato sabato scorso in Svizzera per ritirare un premio cinematografico, Roman Polanski viene arrestato sulla base del mandato di cattura emesso dagli Stati Uniti nel 1978. Il regista rischia l’estradizione negli USA dove potrebbe essere assoggettato ora a quella pena detentiva mai scontata.

E’ a questo punto che entra in scena il mondo della Cultura con la C maiuscola. Molti attori e registi di fama internazionale sottoscrivono un appello che invoca per il regista di Tess e di Rosemary’s Baby l’immediata scarcerazione. Tra i firmatari della petizione Ettore Scola, Marco Bellocchio, Giuseppe Tornatore, Monica Bellucci, Michele Placido ed altri nomi noti della cinematografia fra cui Costa-Gavras, Fanny Ardant e Bertrand Tavernier.

“I cineasti e gli autori francesi, europei, americani e del mondo intero intendono affermare la loro costernazione – si legge nell’appello – per l’arresto del grande regista e ne chiedono l’immediata liberazione”. “E’ inammissibile – continua il testo della petizione – che una manifestazione culturale internazionale, che rende omaggio a uno dei piu’ grandi cineasti contemporanei, possa trasformarsi in una trappola da poliziesco”.

Si ripete un rituale già visto: la Cultura si muove per salvare l’Artista, come già avvenne per esempio in occasione della richiesta italiana di estradizione dalla Francia per Cesare Battisti, oggi affermato romanziere dopo aver militato nei Proletari Armati per il Comunismo, sfuggito per decenni alla condanna a due ergastoli per quattro omicidi compiuti negli Anni di Piombo.

Mi chiedo: se lo stupro l’avesse commesso un povero cristo, privo di virtù artistiche, si sarebbe mobilitato qualcuno per salvarlo dalla condanna? Un reato è meno reato se chi lo commette sa dirigere un film o scrivere un libro? Io penso di no. E penso pure che non basta essere Artisti per sfuggire alle proprie responsabilità.

2 ottobre 2009 at 05:32 2 commenti

Come ai tempi di Don Rodrigo

La Giustizia in Italia è sotto osservazione da tempo e da più parti. Personalmente ho sempre pensato che sia per noi italiani IL problema dei problemi, perché è dal funzionamento della Giustizia che dipende la qualità della nostra convivenza civile. Lestofanti, furbetti, violenti e prepotenti possono proliferare tranquillamente qui da noi perché si sa che raramente ti beccano e, quand’anche ti becchino, le pene tardano ad arrivare e, se mai arrivano, raramente vengono scontate del tutto.

Ma c’è un altro risvolto del (mal)funzionamento della giustizia, in particolare della giustizia civile,  sul quale non avevo mai avuto occasione di soffermarmi: è quello messo in evidenza da Milena Gabanelli (l’autrice e conduttrice della rubrica televisiva “Report”) in questo suo articolo sul Corriere della Sera. Chiedere giustizia in Italia costa molto: la lunghezza delle cause (ormai la media per una causa civile è arrivata a dieci anni) fà sì che siano pochi a potersi permettere il lusso di intentare una causa o di resistere quando qualcun altro, specie se facoltoso (e tra i “facoltosi” metterei anche lo Stato, che le “sue” cause le paga con le nostre tasse) ne intenta una a te.

Ho presente un caso recente in cui un povero diavolo, dopo aver sborsato una ventina di mila euro di spese di difesa, è stato condannato a risarcire la parte lesa per 30.000 euro, e che non sa se gli convenga appellarsi o pagare subito, visto quanto gli costerebbe in soldi e in pressione psicologica andare avanti col secondo grado di giudizio.

Effettivamente il “servizio giustizia” sotto tanti aspetti dimostra tutta la sua inefficienza, in termini di tempi e risultati, in spregio alla norme fondamentali della nostra Carta Costituzionale  che sancisce (art.111) il diritto delle parti alla ragionevole durata del processo, nonché alla disciplina comunitaria che afferma l’importanza di tali principi per ogni ordinamento moderno ed efficiente, quale dovrebbe essere quello italiano. Da noi c’è pure una legge del 1991 (c.d. Legge Pinto) che dovrebbe risarcire il malcapitato se la durata del processo eccede i quattro anni in primo grado, i due in appello e un altro anno in Cassazione: ma, a quello che ne so, sono pochi coloro che se la sentono di imbarcarsi in un’altra causa (allo Stato!) per ottenere questo misero risarcimento (dai 1000 ai 2000 euro per ogni anno in più).

Però non esiste nessuna legge che ci tuteli dall’eccessivo costo delle spese legali, che sono funzione del numero delle udienze e delle consulenze. E, come dice la Gabanelli, non è facile trovare una polizza assicurativa che sia disposta a coprirle.

Insomma, la Giustizia italiana sembra tornata ai tempi di Don Rodrigo e dell’avvocato Azzeccagarbugli, quando contava molto il censo e poco l’effettivo torto o ragione delle parti in causa.

Ma possiamo davvero definirci “liberi” se siamo costretti a soccombere quando riteniamo di aver subito un torto e non ci possiamo permettere di difenderci?

30 settembre 2009 at 07:25 2 commenti

Sono onesto?

L’uomo onesto non è quello che non sbaglia mai.

E’ quello che, quando ha sbagliato, ammette le proprie responsabilità ed è pronto ad espiare per il suo errore.

(dal film “The confession”)

22 settembre 2009 at 00:43 1 commento

Il candore

Al di fuori delle sue indiscutibili doti artistiche e professionali, Mike mi ha sempre affascinato per il suo candore, la sua perenne buona fede e la sua generosità verso colleghi e verso chiunque.

Con queste parole Renzo Arbore ha commentato la scomparsa di Mike Bongiorno.

E sono parole che mi hanno fatto riflettere sul “candore” come valore e non come sinonimo edulcorato di “ingenuità”, che al giorno d’oggi non è considerata una dote positiva, anzi tutt’altro. Il candore, che Arbore associa alla “perenne buona fede”, costituisce oggi quasi un disvalore, che si contrappone alla disincantata malizia di chi cerca sempre qualcosa di più e di diverso in ciò che è l’apparenza dei fatti, a quella sorta di “astuzia” del saper cogliere quello che al volgo non appare immediatamente chiaro perché per coglierlo occorre saperne “di più”, capirne “di più”.

Viene naturale ripensare al “Candide” in cui Voltaire invita a guardare il mondo con occhi disincantati e ci ricorda che non viviamo nel “migliore dei mondi possibili”. Forse parte da lì la tendenza a considerare il candore (nel senso di ingenuità, semplicità intrisa di ottimismo e di fiducia) come un limite dell’uomo piuttosto che come una sua qualità.

Nella mia vita sono stato spesso tacciato di ingenuità, di eccessiva fiducia nel prossimo, di dare troppo per scontato che quello che mi si dice può anche essere vero, che non tutti alterano i fatti e l’essenza delle cose per trarne un beneficio ingannandomi. Insomma, di credere, nonostante tutto, che possa ancora esistere la buona fede. Forse è per questo che mi ha fatto piacere trovare nelle parole di Arbore un apprezzamento del modo di vedere la vita con cui mi sento in sintonia.

Il fatto è che ad avere fiducia nel prossimo si rischia qualche fregatura, ma si vive infinitamente più sereni e in pace. Almeno, questa è la mia esperienza.

10 settembre 2009 at 04:24 6 commenti

15 gennaio 2010

E’ la data in cui si terrà la prima udienza della causa civile che l’on. Silvio Berlusconi ha intentato contro il quotidiano “L’Unità”, il suo direttore, Concita De Gregorio e due altre giornaliste per diffamazione a mezzo stampa. “L’Unità” ha pubblicato sul suo sito l’atto di citazione.

Stando all’atto di citazione, gli articoli incriminati, pubblicati il 13 luglio ed il 6 agosto scorsi, raccontano – parlandone direttamente o con allusioni e perifrasi – del comportamento del Presidente del Consiglio che avrebbe barattato posti di ministra con prestazioni sessuali. Il sospetto, per la verità, non è affatto nuovo: se ne era parlato già proprio all’epoca delle nomine relative all’attuale governo.

Solo che, recentemente, il senatore Paolo Guzzanti (eletto in Forza Italia ed oggi allontanatosi dal partito) ne aveva ampiamente riparlato nelle dichiarazioni del 5 agosto in cui definiva mr.B – fra l’altro – “un gran porco”.

Riprendendo le affermazioni di Guzzanti, negli articoli “incriminati” si fa riferimento ad intercettazioni telefoniche contenenti conversazioni  irriferibili al punto che – addirittura – sarebbero state oggetto di ordine di distruzione da parte del Presidente della Repubblica (che però smentisce) ma che, nonostante ciò, circolavano nelle redazioni e sono state ascoltate da centinaia di persone fra cui i direttori dei principali giornali. Nel suo fondo del 6 agosto la direttrice dell’Unità afferma di averli anche “visti”. Se così è, verrebbe da chiedersi perché non li abbia anche pubblicati, in nome del suo diritto-dovere di informarci, in nome di quella “libertà di stampa” che si vorrebbe limitata tanto da farne oggetto di una imminente, specifica manifestazione di piazza.

Io credo che, sic stantibus rebus, se vorrà evitare la condanna (Berlusconi ha chiesto un paio di milioni di euro per danni morali) la De Gregorio e la sua “Unità” dovranno esibire queste intercettazioni o almeno fornire qualche prova della loro esistenza e del loro contenuto. Ne vedremo delle belle: basta avere pazienza qualche mese.

Intanto oggi “L’Unità” esce con un significativo “Come i fascisti”. Ah… e non manca un accenno di genere: “Berlusconi querela le donne dell’Unità”.

Mi chiedo – sarò un ingenuo, lo ammetto: ma, dopotutto, non si tratta di una querela di parte di fronte ad un tribunale? “L’Unità” porti le sue ragioni davanti al giudice e sarà ascoltata, e poi lo stesso giudice deciderà se vi sia stata o no diffamazione a mezzo stampa. O forse “l’Unità” non si fida (più) della Magistratura?

3 settembre 2009 at 06:33 11 commenti

Utopia

Per Sara e per coloro che non si spaventano ad inseguire l’utopia:

L’utopia è come l’orizzonte.
Mi avvicino di due passi, e l’orizzonte si allontana di due passi.
Faccio dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi.
Per quanto cammini, mai lo raggiungerò.
E allora, a cosa serve l’utopia?
Serve a questo:
per continuare a camminare…

(Eduardo Galeano)

20 agosto 2009 at 19:39 7 commenti

La crisi e il consumismo

Ho trovato di grande interesse un articolo di fondo di Tommaso Padoa Schioppa (già ministro dell’Economia dell’ultimo Governo Prodi) sul Corriere della Sera di ieri, che richiama un tema a me particolarmente caro: il consumismo è una necessità oppure è il virus che sta lentamente divorando l’umanità?

Su questo stesso tema scrissi qualche piccola riflessione anche io, un po’ di tempo fa, suggestionato dalla visione di una foto di Cuba. Ma ora lascio la parola al ben più autorevole ex-ministro.

Economia e politica: due nuovi quesiti

Per cercare di capire come potrà essere il mondo dopo la tempesta in corso, l’incognita maggiore riguarda il modo di conciliare due opposte necessità: la crescita delle economie ricche deve rallentare, quella delle povere deve continuare. Due reazioni probabili e anche auspicabili, ma apparentemente incompatibili.

L’espansione economica pre-2007 non ha antecedenti nella storia contemporanea perché è la somma di due dinamiche: la grande crescita degli Stati Uniti e di altri Paesi ricchi, e lo stupefacente decollo di molte economie povere, Cina e India in particolare. Le due dinamiche erano fortemente connesse e hanno a lungo vissuto l’una dell’altra. Molti dei beni acquistati dai ricchi erano prodotti dai poveri, i quali li cedevano a credito. La finanza riconnetteva il tutto su scala mondiale.

Questo tempo di vacche grasse (che tuttavia non ha saputo trarre circa un miliardo di esseri umani affamati dall’orlo della morte per denutrizione o per malattie curabili) finisce nel 2007 e difficilmente tornerà. Il tempo che verrà lo conosciamo poco e deve essere ancora plasmato. Tuttavia, sappiamo quanto diverse fossero le due dinamiche e, di conseguenza, siano oggi le due uscite dalla crisi.

La crescita dei Paesi emergenti è la trasformazione del modo di vivere di un terzo del genere umano: di gente che camminava scalza, che in casa non aveva acqua corrente, elettricità o servizi igienici; l’intera famiglia dormiva in una stanza e in città si andava a piedi. Noi italiani ricordiamo bene questa trasformazione per averla vissuta negli anni ’50 e ’60.

La crescita dei Paesi ricchi, invece, era largamente fatta di acquisti di cose inutili: precoce sostituzione di beni di consumo durevoli non ancora divenuti inservibili, abiti più utili per mostrarsi alla moda che per vestire gli ignudi, pranzi al ristorante. Tutte cose cui si può in gran parte rinunciare.

Ora, dopo la crisi, forze vigorose spingono, giustamente, al mantenimento di una dinamica e al rallentamento dell’altra. Giorni fa abbiamo suggerito che la crescita dei ricchi, fondata sul debito e sulla bolla immobiliare, è destinata a fermarsi o a rallentare fortemente: la politica economica fa bene a contrastare il crollo produttivo, ma farebbe male se si sforzasse di ritornare sulla cattiva strada passata. La crescita dei poveri, invece, può e deve continuare perché è sorretta da ampio risparmio, perché è giusto che il benessere si diffonda e perché costituisce un mutamento sociale che difficilmente si interrompe prima di essersi completato. La politica economica non deve, e forse nemmeno può, cercare di soffocarla.

È possibile ottenere le due cose insieme? Può funzionare un’economia mondiale in cui le due crescite si disconnettono? Esistono leader in Occidente capaci di dire questa verità ai propri elettori-cittadini? Questa è la sfida per la politica economica nel tempo che ci aspetta. Si tratta di capire sia il modello che renda conciliabili le due dinamiche (un compito per gli economisti) sia il dispositivo attraverso il quale quel modello si possa realizzare (un compito per chi pensa e fa la politica).

Sono quesiti nuovi senza risposte pronte. Gli economisti, i politici, le classi dirigenti devono esserne consapevoli e contribuire a formare in tal senso l’opinione pubblica: il futuro dovrà essere diverso dal passato.

12 agosto 2009 at 08:00 8 commenti

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