Il candore

10 settembre 2009 at 04:24 6 commenti

Al di fuori delle sue indiscutibili doti artistiche e professionali, Mike mi ha sempre affascinato per il suo candore, la sua perenne buona fede e la sua generosità verso colleghi e verso chiunque.

Con queste parole Renzo Arbore ha commentato la scomparsa di Mike Bongiorno.

E sono parole che mi hanno fatto riflettere sul “candore” come valore e non come sinonimo edulcorato di “ingenuità”, che al giorno d’oggi non è considerata una dote positiva, anzi tutt’altro. Il candore, che Arbore associa alla “perenne buona fede”, costituisce oggi quasi un disvalore, che si contrappone alla disincantata malizia di chi cerca sempre qualcosa di più e di diverso in ciò che è l’apparenza dei fatti, a quella sorta di “astuzia” del saper cogliere quello che al volgo non appare immediatamente chiaro perché per coglierlo occorre saperne “di più”, capirne “di più”.

Viene naturale ripensare al “Candide” in cui Voltaire invita a guardare il mondo con occhi disincantati e ci ricorda che non viviamo nel “migliore dei mondi possibili”. Forse parte da lì la tendenza a considerare il candore (nel senso di ingenuità, semplicità intrisa di ottimismo e di fiducia) come un limite dell’uomo piuttosto che come una sua qualità.

Nella mia vita sono stato spesso tacciato di ingenuità, di eccessiva fiducia nel prossimo, di dare troppo per scontato che quello che mi si dice può anche essere vero, che non tutti alterano i fatti e l’essenza delle cose per trarne un beneficio ingannandomi. Insomma, di credere, nonostante tutto, che possa ancora esistere la buona fede. Forse è per questo che mi ha fatto piacere trovare nelle parole di Arbore un apprezzamento del modo di vedere la vita con cui mi sento in sintonia.

Il fatto è che ad avere fiducia nel prossimo si rischia qualche fregatura, ma si vive infinitamente più sereni e in pace. Almeno, questa è la mia esperienza.

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6 commenti Add your own

  • 1. fma  |  10 settembre 2009 alle 16:33

    Talvolta le parole si prestano a facili equivoci.
    Il candore è sicuramente un valore, ma per sua stessa natura un valore assolutamente provvisorio.
    Va bene nel fanciullo e nella pulzella da maritare.
    Mentre se permane anche in chi ragionevolmente non potrebbe (dovrebbe) più permetterselo, smette d’essere un valore e diventa, bene che vada, una delle tante debolezze che costituiscono il nostro modo d’essere.
    “E dategli brioches!” diceva Mariantonietta a chi le faceva osservare che non c’era più pane.
    Qui il candore non é certo una virtù e comunque non basta a salvare la regina che, per l’età e il ruolo, avrebbe dovuto avere qualche idea in più su pane e su brioches.
    Io non ho alcun elemento per mettere in dubbio il ricordo di Arbore e tuttavia, per l’idea che me ne sono fatta vedendolo qualche volta in televisione, mi sembra più convincente quel che ne scriveva quasi cinquant’anni fa Umberto Eco:
    “Idolatrato da milioni di persone, quest’uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica…”
    L’una cosa non annulla l’altra.

    Rispondi
    • 2. Fully  |  11 settembre 2009 alle 05:04

      Dal tuo commento sembra quasi che tu assimili il candore – nel senso che ho descritto, cioè quello di buona fede – all’imbecillità. La famosa battuta di Maria Antonietta – sempreché l’abbia effettivamente pronunciata in tal guisa, su questo alcuni studi avanzano dubbi – secondo me si avvicina più a quest’ultima fattispecie che non alla prima.
      Quanto al giudizio di un giovane Eco proverei a riflettere sulla sua scelta del termine “mediocrità”: non vorrei che questo termine – che i nostri padri associavano talora all’aggettivo “aurea” – non sia stato utilizzato con un eccessivo quantitativo di spocchia intellettuale, tipica di chi non sa vedere i lati positivi della semplicità. Insomma, è importante leggere Joyce ma leggere Guareschi è infinitamente più divertente.

      Rispondi
      • 3. fma  |  11 settembre 2009 alle 09:39

        Io penso che il candore sia come lo yogurt, debba avere necessariamente una scadenza.
        Sia naturale nel fanciullo, come ho detto, meno in chi, per età, dovrebbe avere imparato qualcosa dai fatti della vita.
        Altrimenti che sarebbe vissuto a fare?
        Lo accetto e lo apprezzo nei poeti, in senso lato, consapevole però che quelli autentici sono pochi.
        In tutti gli altri mi pare, ripeto mi pare, una posa. O la conseguenza naturale di non aver voluto (saputo?) trarre dai fatti alcun insegnamento.
        Altra cosa, rispetto al candore, è la mediocrità. L’una non esclude l’altro, ma neppure necessariamente ci si accompagna.
        E comunque, secondo me, non c’entra nulla con la semplicità.
        Tanto per dire: è molto più semplice Marco Aurelio di Liala.
        Quanto a Joyce confesso che non sono mai riuscito a leggerlo per intero; ma anche che, potendo scegliere, preferisco, che ne so, Calvino a Federico Moccia.
        😉

        Rispondi
  • 4. Sonatella Ciacchi  |  25 ottobre 2009 alle 10:19

    Se il candore – come penso io – significa essere ottimisti, entusiasti e fiduciosi che prima o poi le cose miglioreranno, viva il candore! Ma bisogna metterci tanta buona volontà.
    (Incidentally: il mio nome è Donatella e non Sonatella. Questa mia “faute de frappe” in non so più quale richiesta di commenti me la dovrò portare addosso sempre? Se qualcuno sa dirmi come posso fare a correggerla, mi fa un piacere!)
    Donatella

    Rispondi
  • 5. Fully  |  27 ottobre 2009 alle 05:38

    Intanto benvenuta qui.
    La buona volontà ci vuole un po’ per tutto, non credi?
    PS
    Non saprei dirti come modificare da Sonatella a Donatella. Io credevo bastasse ridigitare tutto il nome, ma avrai sicuramente già provato.
    Comunque “Sonatella” è carino…
    :mrgreen:

    Rispondi
  • 6. susanna  |  5 novembre 2009 alle 18:24

    nell’aver fiducia nel prossimo ,tu dici, si vive più sereni e in pace, hai ragione, anche io sono stata ” ingenua ” ma l’esperienza mi ha insegnato che l’inganno è dietro l’angolo e viene proprio dalle persone insospettabili.
    l’ingenuità è caratteristica dei bambini e ed essere “ingenui” è essere ancora un po’ bambini e per questo tradire questa fiducia è il peggior male che si può fare ad una persona
    sus.

    Rispondi

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