La crisi e il consumismo

12 agosto 2009 at 08:00 8 commenti

Ho trovato di grande interesse un articolo di fondo di Tommaso Padoa Schioppa (già ministro dell’Economia dell’ultimo Governo Prodi) sul Corriere della Sera di ieri, che richiama un tema a me particolarmente caro: il consumismo è una necessità oppure è il virus che sta lentamente divorando l’umanità?

Su questo stesso tema scrissi qualche piccola riflessione anche io, un po’ di tempo fa, suggestionato dalla visione di una foto di Cuba. Ma ora lascio la parola al ben più autorevole ex-ministro.

Economia e politica: due nuovi quesiti

Per cercare di capire come potrà essere il mondo dopo la tempesta in corso, l’incognita maggiore riguarda il modo di conciliare due opposte necessità: la crescita delle economie ricche deve rallentare, quella delle povere deve continuare. Due reazioni probabili e anche auspicabili, ma apparentemente incompatibili.

L’espansione economica pre-2007 non ha antecedenti nella storia contemporanea perché è la somma di due dinamiche: la grande crescita degli Stati Uniti e di altri Paesi ricchi, e lo stupefacente decollo di molte economie povere, Cina e India in particolare. Le due dinamiche erano fortemente connesse e hanno a lungo vissuto l’una dell’altra. Molti dei beni acquistati dai ricchi erano prodotti dai poveri, i quali li cedevano a credito. La finanza riconnetteva il tutto su scala mondiale.

Questo tempo di vacche grasse (che tuttavia non ha saputo trarre circa un miliardo di esseri umani affamati dall’orlo della morte per denutrizione o per malattie curabili) finisce nel 2007 e difficilmente tornerà. Il tempo che verrà lo conosciamo poco e deve essere ancora plasmato. Tuttavia, sappiamo quanto diverse fossero le due dinamiche e, di conseguenza, siano oggi le due uscite dalla crisi.

La crescita dei Paesi emergenti è la trasformazione del modo di vivere di un terzo del genere umano: di gente che camminava scalza, che in casa non aveva acqua corrente, elettricità o servizi igienici; l’intera famiglia dormiva in una stanza e in città si andava a piedi. Noi italiani ricordiamo bene questa trasformazione per averla vissuta negli anni ’50 e ’60.

La crescita dei Paesi ricchi, invece, era largamente fatta di acquisti di cose inutili: precoce sostituzione di beni di consumo durevoli non ancora divenuti inservibili, abiti più utili per mostrarsi alla moda che per vestire gli ignudi, pranzi al ristorante. Tutte cose cui si può in gran parte rinunciare.

Ora, dopo la crisi, forze vigorose spingono, giustamente, al mantenimento di una dinamica e al rallentamento dell’altra. Giorni fa abbiamo suggerito che la crescita dei ricchi, fondata sul debito e sulla bolla immobiliare, è destinata a fermarsi o a rallentare fortemente: la politica economica fa bene a contrastare il crollo produttivo, ma farebbe male se si sforzasse di ritornare sulla cattiva strada passata. La crescita dei poveri, invece, può e deve continuare perché è sorretta da ampio risparmio, perché è giusto che il benessere si diffonda e perché costituisce un mutamento sociale che difficilmente si interrompe prima di essersi completato. La politica economica non deve, e forse nemmeno può, cercare di soffocarla.

È possibile ottenere le due cose insieme? Può funzionare un’economia mondiale in cui le due crescite si disconnettono? Esistono leader in Occidente capaci di dire questa verità ai propri elettori-cittadini? Questa è la sfida per la politica economica nel tempo che ci aspetta. Si tratta di capire sia il modello che renda conciliabili le due dinamiche (un compito per gli economisti) sia il dispositivo attraverso il quale quel modello si possa realizzare (un compito per chi pensa e fa la politica).

Sono quesiti nuovi senza risposte pronte. Gli economisti, i politici, le classi dirigenti devono esserne consapevoli e contribuire a formare in tal senso l’opinione pubblica: il futuro dovrà essere diverso dal passato.

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Perché? Utopia

8 commenti Add your own

  • 1. Sara  |  16 agosto 2009 alle 11:35

    Ho letto un articolo su Le Scienze di luglio in cui veniva proprio analizzato questo tema di economia politica, cioè il divario tra paesi ricchi e poveri, che sta crescendo anche a causa dell’aumento dei costi delle materie prime.
    La cosa che preoccupa maggiormente l’autore (di cui in questo momento non ricordo il nome, mannaggia!) è che la povertà provoca un’instabilità politica che poi diventa fucina di violenza, cosa che si ripercuote a livello internazionale (vedi Iraq, Afghanistan e Somalia).
    Non che me ne intenda troppo, però secondo me non è necessario disconnettere le due crescite, si possono unire grazie alla magica parolina INVESTIMENTI.
    Investimenti che devono essere diversi da quelli attuali, che devono andare non nella direzione del consumismo ma in quella di “produzioni durature”, cioè produrre meno ma meglio.
    La cosa più importante è che gli investimenti nei paesi in via di sviluppo non devono avere logica imperialista com’è stato finora, cioè con un guadagno a senso unico.
    Se ciò avvenisse gli investimenti potrebbero essere utili sia a chi li fa sia al paese che li “riceve”, entrambe le “parti” potrebbero guadagnare, e si potrebbe crerare un mutualismo salutare per tutti, pianeta compreso!

    Questa idea è così utopica e/o irrealizzabile?

    Rispondi
    • 2. Fully  |  18 agosto 2009 alle 17:03

      utopistico? credo di sì, perché da che mondo è mondo è il guadagno che fa muovere l’economia: dove si è tentato di pianificare un’economia “statale” (vedi paesi comunisti) le cose sono andate come sappiamo…
      irrealizzabile? non saprei: la crisi mondiale ha reso difficile anche ai più esperti economisti capire dove si andrà a parare, ma, se devo giudicare da quello che vedo in giro, non appena la crisi sembra aver cominciato a diminuire ecco che tutto sta tornando come prima: leggevo l’altro giorno che ormai la media di detenzione di un telefonino è nell’ordine di quattro mesi (quattro mesi, capisci?) e poi via, se ne compra uno nuovo…

      Rispondi
      • 3. Sara  |  18 agosto 2009 alle 18:00

        Ok, ho capito, è impossibile. Pazienza, io non so cosa fare oltre a tenere un telefonino fino a quando non si rompe in modo irreparabile e a cercare di essere il meno consumista possibile.
        Vabbè, lasceremo l’opportunità della civiltà al prossimo mondo…

        Rispondi
        • 4. Fully  |  19 agosto 2009 alle 11:39

          Sembra quasi che Padoa Schioppa col suo fondo di oggi abbia voluto risponderti, Sara!
          Ha parlato anche lui di Utopie utili o dannose. Qui:

          http://www.corriere.it/editoriali/09_agosto_19/Utopie_dannose_e_utopie_utili_padoa_schioppa_672eb1e6-8c7e-11de-90bb-00144f02aabc.shtml

          Rispondi
          • 5. Sara  |  20 agosto 2009 alle 16:57

            Sì è vero! Però scusa lui classifica così:
            -crescita zero per i paesi ricchi: utopia dannosa perchè al mondo ci sono 200 stati rivaleggianti tra loro
            -crescita sostenibile: utopia utile perchè potrebbe essere garantita da ONU e NATO.

            Ma che distinguo è! Come se l’ONU e gli altri organismi internazionali avessero risolto qualcosa finora, e come se non fossero formati anch’essi da decine di stati rivaleggianti tra loro! Non è che quando si entra nei palazzi dell’ONU si diventa tutti amici… E comunque allora la mia era un’utopia utile…

            Comunque le utopie sono sempre inutili perchè si perde del tempo a pensarle fino a quando rimangono irrealizzabili. Poi si diventa dei precursori!
            …Vabbè dai scherzo!!! :mrgreen:

  • 6. fma  |  18 agosto 2009 alle 21:03

    Sabato scorso, De Rita, intervistato da Cazzullo, diceva a proposito di quel che ci aspetta:
    ” In 54 anni passati a leggere la società italiana, ho sentito troppe volte che la soluzione sarebbe venuta dalla riforma del lavoro, della sanità, della previdenza, e ovviamente dalla riforma della scuola, che non ci facciamo mai mancare. Tempo sprecato. Se un meridionale legge che verrà la Cassa del Mezzogiorno, emigra al Nord. Se dico a uno dei miei otto figli che i suoi problemi saranno risolti dalla riforma dell’università, lui va a studiare in America. Quando sento parlare di riforma del welfare, mi viene da assumere una badante».

    E ancora:
    «Ho l’ impressione che gran parte di noi, constatato che le banche sono solide e il sistema manifatturiero è ancora lì, penserà che basti far passare la nottata, vale a dire un altro inverno. Ma una minoranza vitale capirà che l’ adattamento non basta. E’ quel milione di imprenditori, cui è affidata la nostra speranza. Quelli che arrancano, non più per difendersi, ma per riconquistare posizioni».

    A differenza di TPS, De Rita non pensa a economisti e politici quali attori del cambiamento, che verranno se mai a rimorchio, a cavalcare l’onda lunga (politici), o a codificarla (economisti, ma anche solciologi e affini), ma a imprenditori. A un milioni di piccoli imprenditori.
    Chissà…

    Rispondi
    • 7. Fully  |  19 agosto 2009 alle 06:03

      In genere trovo i pareri di De Rita originali e profondi, oltre che da me pienamente condivisibili. In questo caso non sono totalmente d’accordo con lui. E’ naturale che la produzione (industriale, artigianale, ecc.) sia il motore di ogni economia e sia essenziale alla ripresa. Sul chi debba farla non c’è dubbio: sono gli imprenditori. Ma non posso fare a meno di osservare che la Politica deve saper assecondare il loro ingegno e il loro lavoro (penso al sistema fiscale e bancario, alle infrastrutture,…). Non solo: deve essere capace di intervenire (vedi Obama-General Motors o Merkel-Opel) quando ritiene che la tutela di una specifica categoria di imprese o anche di una specifica impresa possa risultare strategica per il bene della collettività.

      Rispondi
      • 8. fma  |  19 agosto 2009 alle 08:57

        Messa così credo che sarebbe d’accordo anche de Rita.
        🙂

        Rispondi

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