Archive for agosto, 2009

Utopia

Per Sara e per coloro che non si spaventano ad inseguire l’utopia:

L’utopia è come l’orizzonte.
Mi avvicino di due passi, e l’orizzonte si allontana di due passi.
Faccio dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi.
Per quanto cammini, mai lo raggiungerò.
E allora, a cosa serve l’utopia?
Serve a questo:
per continuare a camminare…

(Eduardo Galeano)

20 agosto 2009 at 19:39 7 commenti

La crisi e il consumismo

Ho trovato di grande interesse un articolo di fondo di Tommaso Padoa Schioppa (già ministro dell’Economia dell’ultimo Governo Prodi) sul Corriere della Sera di ieri, che richiama un tema a me particolarmente caro: il consumismo è una necessità oppure è il virus che sta lentamente divorando l’umanità?

Su questo stesso tema scrissi qualche piccola riflessione anche io, un po’ di tempo fa, suggestionato dalla visione di una foto di Cuba. Ma ora lascio la parola al ben più autorevole ex-ministro.

Economia e politica: due nuovi quesiti

Per cercare di capire come potrà essere il mondo dopo la tempesta in corso, l’incognita maggiore riguarda il modo di conciliare due opposte necessità: la crescita delle economie ricche deve rallentare, quella delle povere deve continuare. Due reazioni probabili e anche auspicabili, ma apparentemente incompatibili.

L’espansione economica pre-2007 non ha antecedenti nella storia contemporanea perché è la somma di due dinamiche: la grande crescita degli Stati Uniti e di altri Paesi ricchi, e lo stupefacente decollo di molte economie povere, Cina e India in particolare. Le due dinamiche erano fortemente connesse e hanno a lungo vissuto l’una dell’altra. Molti dei beni acquistati dai ricchi erano prodotti dai poveri, i quali li cedevano a credito. La finanza riconnetteva il tutto su scala mondiale.

Questo tempo di vacche grasse (che tuttavia non ha saputo trarre circa un miliardo di esseri umani affamati dall’orlo della morte per denutrizione o per malattie curabili) finisce nel 2007 e difficilmente tornerà. Il tempo che verrà lo conosciamo poco e deve essere ancora plasmato. Tuttavia, sappiamo quanto diverse fossero le due dinamiche e, di conseguenza, siano oggi le due uscite dalla crisi.

La crescita dei Paesi emergenti è la trasformazione del modo di vivere di un terzo del genere umano: di gente che camminava scalza, che in casa non aveva acqua corrente, elettricità o servizi igienici; l’intera famiglia dormiva in una stanza e in città si andava a piedi. Noi italiani ricordiamo bene questa trasformazione per averla vissuta negli anni ’50 e ’60.

La crescita dei Paesi ricchi, invece, era largamente fatta di acquisti di cose inutili: precoce sostituzione di beni di consumo durevoli non ancora divenuti inservibili, abiti più utili per mostrarsi alla moda che per vestire gli ignudi, pranzi al ristorante. Tutte cose cui si può in gran parte rinunciare.

Ora, dopo la crisi, forze vigorose spingono, giustamente, al mantenimento di una dinamica e al rallentamento dell’altra. Giorni fa abbiamo suggerito che la crescita dei ricchi, fondata sul debito e sulla bolla immobiliare, è destinata a fermarsi o a rallentare fortemente: la politica economica fa bene a contrastare il crollo produttivo, ma farebbe male se si sforzasse di ritornare sulla cattiva strada passata. La crescita dei poveri, invece, può e deve continuare perché è sorretta da ampio risparmio, perché è giusto che il benessere si diffonda e perché costituisce un mutamento sociale che difficilmente si interrompe prima di essersi completato. La politica economica non deve, e forse nemmeno può, cercare di soffocarla.

È possibile ottenere le due cose insieme? Può funzionare un’economia mondiale in cui le due crescite si disconnettono? Esistono leader in Occidente capaci di dire questa verità ai propri elettori-cittadini? Questa è la sfida per la politica economica nel tempo che ci aspetta. Si tratta di capire sia il modello che renda conciliabili le due dinamiche (un compito per gli economisti) sia il dispositivo attraverso il quale quel modello si possa realizzare (un compito per chi pensa e fa la politica).

Sono quesiti nuovi senza risposte pronte. Gli economisti, i politici, le classi dirigenti devono esserne consapevoli e contribuire a formare in tal senso l’opinione pubblica: il futuro dovrà essere diverso dal passato.

12 agosto 2009 at 08:00 8 commenti


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