Col tempo ‘che ci vuole’

3 marzo 2009 at 07:59 9 commenti

A commento del post precedente, “Revival 1972”, Salazar ha lasciato questo pensiero:

Non sono cambiate le cose, di cose belle ce ne sono ancora, e tante, è il ritmo che è cambiato: bisogna sempre correre, correre, correre, mai fermarsi, mai indugiare, quando cominci ad apprezzare una cosa ne arrivano almeno due nuove a tirarti per la giacca. Non si riesce più a capire le cose, non c’è tempo. Che palle.

La sua ultima, bis-sferica, esclamazione mi fa intuire che lo affermasse con disappunto, con una certa dose di esasperazione, che se la prendesse col mondo che gli impedisce di avere più tempo per fare le cose che vorrebbe. E già, è proprio così anche per me…. Forse è così per tutti, chi lo sa?

Perché ci facciamo risucchiare da questo vortice? Cosa ci impedisce di prenderci “il tempo che ci vuole” ed affrontare le cose che la vita ci riserva ogni giorno con quel tanto di tempo (di attenzione, di partecipazione, di gusto…) che è necessario per dire che le abbiamo vissute e non semplicemente subite? Non so voi, ma io col passare degli anni e dei giorni sento sempre più forte  l’esigenza di ritagliarmi i miei momenti ed incollarli nella memoria. Un po’ come si faceva da bambini, quando si incollavano pezzi di giornale con gli articoli salienti sui quadernoni, per fissare le notizie più importanti: un almanacco, ecco, era così che lo chiamavamo.

“Il tempo che ci vuole”: che bella espressione! Un’espressione desueta, ormai. Ormai il tempo sembra debba essere compresso sempre di più, se ci vuole una giornata ci si chiede di farlo in mezza, se ci vuole un’ora ci si ingegna per farlo in quaranta minuti…. perché – si sa – “il tempo è denaro”…..

Che colossale sciocchezza! Se il tempo fosse denaro avrebbe un mercato, potrebbe essere acquistato e venduto come una merce qualunque. Invece il tempo, il “mio” tempo, il “tuo” tempo, il tempo di ciascuno di noi è quello che ci è dato di vivere: non ne avremo un attimo in più, neanche se potessimo disporre di capitali infiniti per acquistare quell’attimo.

Ho trovato sempre un po’ sinistra l’espressione “carpe diem”, mi ricorda che il mio tempo non è affatto infinito, e che se non mi sbrigo non riuscirò a fare le  tante cose che voglio ancora fare… Io preferisco dirmi: “prenditi tutto il tempo che ci vuole”: è un piccolo dono che sento di essermi meritato.

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Entry filed under: Cose della vita, Le infinite domande. Tags: .

Revival 1972 E’ la fine dell’Unione Europea?

9 commenti Add your own

  • 1. Sara  |  3 marzo 2009 alle 12:54

    Col tempo io ci ho litigato spesso, ne ho sempre poco e anch’io corro da una parte all’altra, rincorrendo le mie attività.
    Il mio trucco è questo: quello che devo fare tutti i giorni (cioè andare a lezione e a tirocinio) ha orari prestabiliti, quindi sfruttare al meglio il tempo significa cercare di imparare il più possibile a tirocinio e prendere appunti alla velocità della luce per poi fare meno lavoro a casa.
    Poi c’è lo studio, e vado in aula studio per concentrarmi e per non dover rileggere la stessa cosa 3 volte perchè non ero attenta. E poi c’è il corso di sabato, faccio anche più corsi del necessario, ma sono utilissimi e sono a contatto con degli adulti medici, quindi l’arricchimento è decisamente superiore al tempo impiegato.
    Per tutte le altre attività faccio solo ed esclusivamente il necessario che mi fa stare bene.
    Esempio: calcetto: abbiamo deu partite alla settimana più a volte l’allenamento. Se io una sera ho le prove col gruppo non le sposto per fare una partita, perchè a me fa star bene una volta alla settimana, anche due, ma non due partite, a volte sono troppe. E in questo momento mi diverte di più andare alle prove che alla partita. Posso farlo perchè in squadra siamo in 18, e non mi interessano le dinamiche di squadra o i litigi interni perchè non ho energie mentali e voglia di affrontarli, e cerco così di allontanare qualsiasi perdita di energie o di risorse possibile.
    Altro esempio: lezioni di teoria musicale e solfeggio: quando faccio solfeggio a casa lo faccio nel momento che mi ispira, un quarto d’ora o ocmunque il tempo che voglio, concentrata, e il ritmo nelle sillabe che dico poi mi fa stare bene, assaporo ogni la-a, do-o-o-o so-ol-la siiiiii. E’ quasi come se fosse una preghiera dinamica e diversa da una strofa all’altra, ma questo sinceramente non riesco a spiegarlo.
    Per tutte le altre cose (suonare, leggere, navigare in internet, guardare ogni tanto la tv, ascoltare musica) le faccio esattamente nel momento in cui ho voglia di farle e esattamente fino a quando non mi passa la voglia, che sia dopo 10 minuti o dopo un’ora. Stessa cosa per vedere gli amici, per fortuna ne ho tanti e sono tutte amicizie solide che non hanno bisogno di perioditcità fissa (esempio tutti i venerdì o solo il giovedì) negli incontri.
    Limito al massimo le perdite di tempo, da quando guardo pochissima tv la mia giornata è più lunga, e mi concentro sul “qui e ora”, che non so se è una massima antica o cosa, ma spiega perfettamente il mio trucco. L’altro trucco è raccontare ad altri o semplicemente rivivere quello che ho fatto, come una specie di flashback.
    Ecco, in questo modo adesso sto facendo quello che voglio e sto volendo quello che faccio, e questo mi permette di “essere” oltre che di “fare”. Mi sento molto fortunata.
    Però devo dire che prima di arrivare a ciò ho passato un periodo in cui oltre a queste cose (tolte le lezioni di musica) lavoravo qualche ora alla settimana e facevo “volontariato” per un progetto di una tv da creare, mi stavo esaurendo, mi sono chiesta: cosa non mi fa stare bene? Mi sono risposta lavorare (anche perchè ero con un tipo schizzato), e questa cosa si è risolta da sola perchè non c’era più bisogno di me, e poi il volontariato. Mi dispiaceva lasciare perchè in teoria sentivo il bisogno di essere utile, ma in realtà non ero utile per niente perchè ero stressatissima e non facevo niente bene. E così ho smesso…

    Vabbè sono stata prolissa, ho fatto la maestrina, insomma un commento orribile, però tutto ciò per dire che forse è possibile con un pò di realismo vivere meglio il tempo…Insomma era per dare un pò di ottimismo!!!! :mrgreen:
    E comunque penso che il problema risieda nel fatto che adesso qualsiasi cosa è stanzardizzata, per cui uno deve avere tipo 3 attività per forza, se non le fa è un nullafacente, se ne fa di più è un iperattivo. Invece dovremmo ascoltarci di più, per capire quante e quali attività possiamo svolgere, se uno sta bene con due è perfetto, se uno sta bene con 4 è perfetto lostesso! Siamo tutti esseri perfetti fino a quando ci ascoltiamo bene, credo. (ecco, sono tornata maestrina, riscusate)

    Rispondi
    • 2. Fully  |  7 marzo 2009 alle 04:51

      @sara
      macché “commento orribile”! la sola elencazione di come riempi le tue giornate, dei progetti che stai sviluppando e del sano entusiasmo con cui lo fai porta una ventata di primavera della quale non posso che ringraziarti

      Rispondi
  • 3. Salazar  |  3 marzo 2009 alle 13:42

    Sai che faccio, caro Fully? Incollo la risposta che ho dato pochi giorni fa ad un’amica che si lamentava di aspettare troppo tempo l’autobus al mattino.

    Vediamo se riesco a rendere le mie giravolte mentali: Marcello Proust.
    Mi è venuto in mente Marcello perché è insito nella nostra testolina incivilita pensare al tempo trascorso aspettando qualcosa come tempo perduto, in questo caso aspettare l’autobus, così ho sguinzagliato Marcello per cercarlo e ritrovarlo. Non l’autobus, il tempo.
    E se non fosse così? E allora ho pensato a Ermanno Hesse e al suo Siddhartha che diceva “so aspettare, so pregare, so digiunare”.
    Il punto disperso dalle menti incivilite é in quella parolina davanti ad aspettare: “so”. Sappiamo fare un sacco di cose ma non sappiamo più aspettare, e forse aspettare potrebbe essere un’abilità, un’arte e perfino un rifugio. Non dico che dovremmo andare tutti in India a fare i barcaioli su qualche fiume e guardare l’acqua scorrere, ma riuscire a contemplare il tempo, sorbirlo lentamente, digerirlo per quello che é, e non soltanto immaginarlo come un insieme di segmenti tagliati alle estremità da due cose concrete da fare, forse il passare del tempo sarebbe appagante, e anche meno stressante. Ma viviamo così come viviamo, ecché ci vuoi fare.
    Ti auguro una buona attesa.

    Non mi ha risposto. Credo sia ancora arrabbiata: lei aspettava solo l’autobus.

    Rispondi
    • 4. Fully  |  7 marzo 2009 alle 04:52

      @salazar
      in effetti, lei aspettava solo l’autobus :)))

      Rispondi
  • 5. simona_rm  |  3 marzo 2009 alle 16:10

    Di smarrimenti ne ho avuti molti e penso che ne avrò ancora qualcuno in futuro. Il più fastidioso è quando ti sale la convinzione di aver sprecato tempo, aver concentrato le energie in qualcosa che non è riuscito. Io ho perso molto tempo nella vita e non me lo perdono, ho indugiato troppo e ho usato la teoria del prendermi il “tempo che ci vuole” come un alibi, con il risultato che ho dilatato le attese e le aspettative oltre l’accettabile, mancando parecchi obettivi.
    Vista da fuori sembro solo pigra, la verità è che sono un po’ vigliacchella.
    Oggi faccio una vita frenetica, perchè mi sento in debito col passato e tento di recuperare il tempo perso.

    @sara
    c’è da stancarsi solo a leggerle tutte le cose che fai. Ma stai impiengando al meglio la tua età (te lo dico con ammirazione ed un pizzico di invidia 😉 )

    @salazar
    penso anch’io che dovremmo semplicemente essere “presenti” in ciò che facciamo, anche quando non facciamo nulla. La consapevolezza del tempo che viviamo è la cura migliore alla nostalgia.
    A qualunque ritmo si vada, l’importante è avere chiaro che stiamo facendo qualcosa e stiamo andando da qualche parte.

    Rispondi
    • 6. Fully  |  7 marzo 2009 alle 04:57

      @simona
      so che non c’è peggior consiglio del consiglio non richiesto, ma se posso permettermi ti suggerisco di rallentare un po’ la vita frenetica, specie se la vivi così per “recuperare il tempo perso”. Innanzitutto perché il tempo perso non si recupera, e poi perché forse quello che consideri “tempo perso” non è altro che il tempo che ti ci è voluto per essere quello che oggi sei, per capire ciò che è giusto o non giusto chiedere alla tua vita.
      Scusami per il predicozzo 🙂 Giuro non lo faccio più

      Rispondi
  • 7. Monica  |  5 marzo 2009 alle 19:19

    Quando lavoro, studio e gioco coincidono, siamo in presenza di quella sintesi esaltante che io chiamo «ozio creativo» (Domenico Masi).

    Nel nostro mondo l’ozio è diventato inattività, che è tutt’altra cosa: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca. [Milan Kundera, La lentezza]

    Sto leggendo un libro, non particolarmente bello, che si intitola “Annoiarsi che felicità”. Mi interessa l’argomento e lo finirò.

    Penso che l’ozio, o prendersi il proprio tempo, e non esattamente” il tempo che ci vuole”, ma proprio il PROPRIO tempo, ognuno il suo, sia necessario per essere presenti a se stessi come esseri umani. Necessario a pensare e a non pensare, ad assaporare la vita e a dare significato all’azione grazie alla sua negazione. Credo sia fondamentale per il raggiungimento della saggezza, mia grande aspirazione.

    Personalmente corro molto e Roma non consente arresti, per correre meno a causa di Roma ho chiesto ed ottenuto il trasferimento a Trento.
    Perdonate la nota personale, ma agli amici come voi non potevo tacerlo.

    Rispondi
    • 8. Fully  |  7 marzo 2009 alle 05:00

      @monica
      credo che tu abbia ragione, alla fin fine “il tempo che ci vuole” è il tempo che ciascuno di noi sente confacente al suo essere presente.
      Buona nuova vita a Trento, spero che ci troverei i ritmi che cerchi per conseguire la “saggezza”.
      E grazie, grazie davvero, per considerare questo posto un posto amico.

      Rispondi
  • 9. Salazar  |  7 marzo 2009 alle 07:00

    Devo fare una precisazione: il mio scritto che hai riportato sopra non è autobiografico, o almeno non lo è più, ho preso per buono un punto di vista – diciamo – ecumenico.
    Dopo la fuga (evasione?) dall’Italia il mio tempo me lo sono ripreso, a buon diritto, perché prima avevo corso davvero troppo, come tanti, o come tutti, forse.
    Non porto più l’orologio (il nuovo lavoro che ho trovato qui mi permette di farlo) e incredibile, inimmaginabile e fonte di grande soddisfazione non possiedo più un telefono cellulare. Quando ho voglia posso starmene seduto in cortile a guardare le nuvole che passano senza nessun senso di colpa, o di perdita.
    Sono belle le nuvole tropicali, piccole e veloci, e il cielo è di un blu diverso: guardando in alto qui ai tropici ho scoperto che in Italia il cielo non lo guardavo mai. Invece merita.

    Rispondi

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