PD: Franceschini I o D’Alema V?

25 febbraio 2009 at 19:54 Lascia un commento

Peppino Caldarola è un bravo e navigato giornalista. Ha lavorato per anni all’Unità di cui è stato anche direttore dal 1996 al 1998. E’ stato anche deputato dei DS dal 2001 al 2007, quando ha abbandonato il partito. Non si può dunque dire che non conosca i suoi polli, ove per “polli” (senza alcun intento ironico, lo giuro) definisco i DS oggi confluiti nel PD.

Ora, per una di quelle stranezze che a volte accadono in Italia, scrive per “Il Giornale”, su cui oggi è stata pubblicata questa sua divertente storia degli intrighi dalemiani. Non ci avevo mai pensato, ma ora che Caldarola l’ha scritto così limpidamente non faccio alcuna fatica a condividere la sua analisi: credo che meriti di essere letta e – perfino – stampata e conservata.

Benvenuti nel regno di Franceschini I. O di D’Alema V o VI? Sarebbe più giusto dire che nasce il D’Alema V e mezzo. Vediamo perché. L’immediata conversione del leader maximo e dei suoi principali collaboratori a sostegno del primo democristiano che guiderà un partito a forte impronta post-comunista è la storia che si ripete. Nelle contorsioni della sinistra moderna compare sempre il Gattopardo che viene da Gallipoli. Ogni volta che scompare un capo, D’Alema si presenta con la sua OPA per convincere gli iscritti che hanno perso gli altri e che per lui tutto continua come prima. Fino a che il nuovo capo non si mette in testa di far da solo. Da questo momento comincia la nuova guerra intestina e la defenestrazione dell’incauto.

Ogni nuovo regno dà a D’Alema la possibilità di mettere in mostra la sua abilità manovriera, alcuni dicono la sua capacità di intrigo, fino a che l’incanto non si spezza e si passa a una nuova vittima coronata. La storia è cominciata con Alessandro Natta, il vecchio segretario del Pci che ereditò il partito da Enrico Berlinguer. Natta era un onest’uomo e un intellettuale raffinato. Si era ritirato dalla vita politica attiva ma fu richiamato in servizio dopo la scomparsa del grande capo a Padova, alla fine di un comizio. D’Alema fu tra i protagonisti della scelta che servì per evitare che al potere andassero i miglioristi con Giorgio Napolitano. Il vecchio Natta fece una segreteria di giovani, con D’Alema e Occhetto in prima linea. I due rivali fecero un patto di reciproco aiuto. Breve gestione Natta e poi dapprima segretario Occhetto, subito dopo D’Alema.

C’era, per raggiungere l’obiettivo, l’ingombro del vecchio leader ligure ma la natura venne in soccorso ai congiurati fulminando Natta con un infarto. Non attesero che si riprendesse per liquidarlo. In un’intervista a Italiaradio, la radio del Pci, D’Alema dichiarò che il partito aveva bisogno di una vera guida e incoronò Achille Occhetto. L’era Occhetto portò allo scioglimento del Pci con un D’Alema titubante che rassicurò gli iscritti che la scelta era dolorosa ma necessaria e che nulla sarebbe cambiato. Cominciò subito dopo a lavorare ai fianchi Akel. In verità Occhetto si fece male da solo iniziando una navigazione a vista che seminò il panico fra i militanti. Perse un’elezione e D’Alema, questa volta con Veltroni, lo spinse alle dimissioni.

La coppia D’Alema-Veltroni, appena formata, si sfasciò subito perché entrambi furono candidati alla successione. Il popolo dei fax disse Veltroni, la nomenklatura votò per D’Alema. La segreteria di D’Alema fu fantasmagorica. Inventò l’Ulivo con Prodi leader e si insediò, dopo aver colpito al cuore Berlusconi sottraendogli la Lega e Buttiglione, alla guida della Bicamerale. Intanto si accese lo scontro con Prodi, che voleva non solo fare il premier ma anche il capo della coalizione. D’Alema non mollò lo scettro. Prodi fu defenestrato, vinse D’Alema e divenne premier. Durò poco perché perse le elezioni regionali e si dimise. A guidare il partito c’era Walter Veltroni, ripagato dalla cacciata dal governo con la guida dei Ds. Ma Walter ebbe sentore che nel 2000 si sarebbero perse le elezioni e scappò in Campidoglio. Dopo la sconfitta c’erano due candidati per il dopo-Veltroni, Cofferati e Bersani. D’Alema liquidò entrambi e scelse l’onesto Fassino che fu il segretario che realizzò la più lunga convivenza con il deputato di Gallipoli. Si logorò e scomparve.

Si arriva al Pd e D’Alema si accorge che il nuovo partito, stretto fra Rutelli e Fassino, non decolla. Fa un passo indietro e incorona Veltroni salvo poi a riprendere a sparare su di lui. Crolla, è storia dei nostri giorni, anche Veltroni. Bersani pensa che sia arrivato il suo momento ma D’Alema, appena eletto Franceschini, lo abbandona. È Bersani la mezza vittima che abbiamo voluto indicare quando abbiamo scritto a inizio d’articolo che è cominciato il D’Alema V e mezzo. La lunga storia dei re della sinistra abbattuti da D’Alema conosce oggi una nuova tappa. Alcuni pensano che D’Alema sia il politico più bravo che esista, altri che sia il più capace di intrighi. La sua storia è fatta di ambizioni deluse e di passi indietro. Il mare in cui sa nuotare è pieno di alghe e di pesci voraci. Mentre gli altri si tengono a stento a galla, lui, da vecchio lupo di mare, si muove con sicurezza, non perdendo un solo uomo dei tanti che lo seguono. Il regno di Franceschini I ovvero del D’Alema V e mezzo sarà un duro corpo a corpo. La capacità camaleontica di Franceschini è pari solo alla sua debolezza. Per D’Alema il gioco del «mordi e fuggi» sarà reso più difficile dalle virtù manovriere del giovane democristiano. Vedremo una nuova partita e nuovi sgambetti, dentro o fuori dell’area di rigore. Con l’unica certezza che il Franceschini I o II ovvero il D’Alema V o VI troveranno meno spettatori a fare il tifo perché molti avranno abbandonato il campo.

Che dire? Ineccepibile.

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