Memorie di Sarah

28 gennaio 2009 at 06:16 1 commento

Nel 1943 avevo 12 anni e vivevo a Roma con la mia famiglia. Papà aveva un negozio di abbigliamento in via dei Giubbonari, vicino a Campo de’ Fiori, la mamma lo aiutava quando non aveva da fare a casa con me ed Anna, la mia sorellina di sette anni.

Faceva freddo ed era ancora buio, la mattina che vennero ad arrestarci. Erano in tre, uomini della polizia in borghese. Uno di loro, quello più grosso, parlava in tedesco, anzi gridava come un ossesso e con le sue urla incomprensibili metteva ancora più paura.

Non ci dissero perché ci arrestavano, ci dissero solo che eravamo ebrei e che dovevamo seguirli. Era il 18 gennaio. Ci fecero mettere in tutta fretta qualche indumento in una valigia, ma prima si fecero consegnare tutte le cose di valore che avevamo: pochi soldi in contanti, due anelli e una collana di perle della mamma, le catenine d’oro che portavamo al collo. Poi il tedesco si volse verso di me con urli che non capivo: mi si avvicinò e mi mise una mano sull’orecchio. Solo allora mi ricordai che portavo gli orecchini. Atterrita feci un salto indietro, me li tolsi e glieli diedi: così si calmò un po’. Da allora non ho mai più voluto portare orecchini in vita mia.

Scendemmo le scale del nostro palazzo: noi abitavamo al terzo piano, tutti i portoni erano chiusi e non si sentiva alcun rumore, neanche una voce, provenire da dentro gli appartamenti.
Usciti in strada trovammo un camion davanti al marciapiede. Era già quasi pieno di altra gente, dentro c’erano altre quattro o cinque famiglie: io riconobbi un’altra ragazza della mia età ed un ragazzo un po’ più grande di me che venivano alla mia stessa scuola. Ci scambiammo uno sguardo impaurito. Prima di salire mi voltai a guardare il mio palazzo: tutte le finestre erano chiuse. Poi il camion si mosse e ci portarono in prigione.

Restammo in cella più di un mese: all’inizio eravamo in dodici, poi ne arrivarono altri. Ogni giorno ci facevano uscire in cortile per un’ora; il resto del tempo lo passavamo senza fare niente, e le ore trascorrevano lente tra una scodella di brodaglia e l’altra.

Poi, un giorno, ci vennero a prendere. Ci dissero che ci portavano a lavorare. Io ero contenta di lasciare quella cella puzzolente: ricordo che lo dissi a papà e lui mi guardò con un sorriso triste.
Coi camion ci portarono ai treni e ci caricarono sui vagoni. Erano carri merci, completamente vuoti tranne che per un po’ di paglia stesa sul pianale. L’unica apertura era uno sportellone, c’erano poi solo alcune feritoie come prese d’aria, e da quelle si riusciva a vedere il paesaggio che attraversavamo.

Viaggiammo per tre giorni, e per tre giorni non ci diedero niente da mangiare né da bere. Nel carro c’era un tanfo indescrivibile: per i bisogni dovevamo arrangiarci con quel po’ di paglia. Io avevo fame e freddo, Anna piangeva di continuo fra le braccia della mamma, io mi stringevo tremando a papà che mi accarezzava in silenzio i capelli fino a che prendevo sonno. Cercavamo di scaldarci abbracciandoci l’un l’altro. Chi ce l’aveva, divideva con gli altri la propria coperta. Alcuni piangevano in silenzio, altri, specie i più anziani, pregavano tremando.

Ci fu una sola sosta, nel pomeriggio del secondo giorno, per cambiare la paglia sporca di escrementi e per scaricare i cadaveri, che venivano lanciati sulle carrette che li avrebbero portati alle fosse comuni. Nel mio vagone i morti erano stati otto. Ricordo che fuori c’era la neve e il silenzio ovattato era rotto dallo sbuffare della locomotiva, dagli ordini urlati dei soldati e da un latrare di cani. Ricordo le grida sorde soffocate dai calci di chi non era lesto ad ubbidire. Quelli che stavano in condizioni peggiori venivano trasportati sulle carrette e freddati con una breve raffica. Noi guardavamo muti, terrorizzati, senza saperci spiegare quello che stava accadendo. Un’ora dopo il treno ripartì.

La mattina del terzo giorno arrivammo allo scalo di Birkenau. Lì ci divisero per età, i maschi da una parte e le femmine dall’altra. Tutti gridavamo perché non volevamo dividerci, ma i soldati ci zittivano a calci ed urla. In gruppi di trenta alla volta ci avviarono verso le baracche, i più anziani sui carri, i più giovani a piedi, i bambini di corsa. Chi cadeva sfiancato veniva freddato sul posto dai soldati. Cani randagi affamati giravano intorno alle pozze di sangue nella neve e si avventavano sui cadaveri se i detenuti che ci facevano da scorta non erano abbastanza svelti a prenderli e a lanciarli sui carretti.

Sulla rampa di Birkenau vidi per l’ultima volta i miei genitori e la mia sorellina. Molto tempo dopo, facendo delle ricerche, venni a sapere che mio padre e mia madre erano diventati fumo il giorno stesso del nostro arrivo, il 25 febbraio del 1943. Di Anna invece non ho mai saputo più nulla.

Una giornata della memoria? A me non serve, io il mio ricordo lo porto sempre con me: cinque cifre marchiate a fuoco sul braccio e la morte nella mente. Ogni volta che ritorno lì – lo faccio ogni anno – metto i miei sassolini sulla rampa di Birkenau. Per me la mia famiglia è morta lì.

Non ho mai pianto, lì. Non piango mai a Birkenau. Guardo solo in alto, nel cielo, e lo scruto attentamente, a lungo.
Finché sono sicura di non vedere fumo.

——

Questo racconto è la rielaborazione della storia vera di una superstite di Auschwitz sentita alla radio.
Dalla rete si può leggere e scaricare un eccezionale documento sulla tragica quotidianità dei campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Da far leggere a chi non sa o non vuole sapere.

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Di razza umana Una legge superflua. Apparentemente.

1 commento Add your own

  • 1. Salazar  |  28 gennaio 2009 alle 17:46

    Che dire?
    Solo: ho letto, ricorderò.

    Rispondi

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