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Complicità

Complicità: si sente dire spesso che questo aspetto della vita di coppia (e, più in generale, della vita di relazione) è elemento essenziale per un buon rapporto interpersonale.
Mi è capitato di riflettere sul fatto che il termine “complice” è usato per definire un compagno di azioni delittuose, quindi di per sé contrarie al senso comune di giustizia. Quindi, se vi è complicità, questo vuol dire che ci si pone in un mutuo rapporto di assistenza nei riguardi di qualcosa che può, al limite, essere “non giusto”. Il che porta come conseguenza che l’altro stia dalla tua parte in ogni circostanza, direi soprattutto in quelle circostanze in cui commetti un errore.
Insomma, se stai dalla mia parte solo quando pensi che abbia ragione e mi sei contro quando pensi che io stia sbagliando, allora il tuo comportamento è molto più simile a quello di un giudice che non a quello di un “complice”.
Altre riforme della Giustizia…

Quando si parla di riforma della Giustizia è facile scatenare reazioni di parte. C’è chi la vede indifferibile per porre rimedio alle lungaggini che di fatto negano il “servizio” ai cittadini, c’è chi ritiene che l’unico motivo per cui la si vuole riformare è la salvaguardia dell’impunità per Berlusconi. Poi c’è pure qualcuno che considera l’argomento “intoccabile” come se i magistrati non fossero come tutti gli altri dipendenti statali e sul loro operato (di merito oltre che di produttività) non si potesse neanche discutere.
Ora spunta un annunciato disegno di legge che si propone di contingentare i tempi della Giustizia penale (solo per i reati la cui massima pena è inferiore a 10 anni) a sei anni (due per ciascuno dei tre gradi di giudizio). A me pare ancora troppo, ma è già meglio che l’infinito. So per esperienza che essere messi nel tritacarne del processo ti sconvolge la vita, facendoti perdere la serenità e un bel po’ di soldini. Che almeno si sappia che tutto questo potrà al massimo durare sei anni è già una mezza consolazione.
Ma, dopotutto, perché mai un cittadino onesto dovrebbe temere la Giustizia? Se le indagini fossero condotte seriamente e rapidamente, se il giudizio fosse indiscutibilmente equanime e rilasciato in tempi contenuti, l’ingresso da imputato in un’aula giudiziaria non dovrebbe preoccupare più di tanto. Il problema è che ormai in Italia sono pochissimi (l’ultima rilevazione parla di un misero 18%) ad avere fiducia nel funzionamento della macchina giudiziaria, proprio per quello che si legge in giro quasi ogni giorno. Ed anche, forse, perché persiste qui da noi la singolarità del fatto che i magistrati non vengono mai (o quasi mai) chiamati a rispondere degli errori che compiono nell’esercizio della loro funzione (inquirente o giudicante che sia), in questo perpetuando un privilegio unico nell’ambito delle categorie professionali che operano al servizio della collettività.
Qualcuno dirà che tanta sfiducia dipende anche dall’operazione di delegittimazione condotta sistematicamente da Berlusconi che grida ai giudici politicizzati: può anche darsi. Però bisogna considerare che un giudice che trasfonde il suo pensiero politico negli atti che compie in nome della Giustizia dà parecchio da pensare. E se ancora c’è qualcuno che ritenga che ciò non accade, basta che legga questo “manifesto” che ha tutta l’aria di un programma politico, reperibile sul sito di “Magistratura Democratica”, la corrente di sinistra dell’Associazione Nazionale Magistrati.
Stupro d’Artista

La vita del regista Roman Polanski, indiscusso maestro del cinema e premio Oscar 2002 per Il Pianista, è stata costellata di eventi tragici e di violenza inaudita. Fin dall’infanzia, quando costituiva il divertente bersaglio di cecchini nazisti, dopo che gli avevano deportato ed ucciso la mamma ad Auschwitz, poi nella maturità quando seguaci di Charles Manson uccisero atrocemente sua moglie, la splendida attrice Sharon Tate e la creatura che portava in grembo.
L’episodio che lo ha riportato recentemente agli onori della cronaca risale a 32 anni fa: il regista, ospite nella villa di Jack Nicholson e sotto l’effetto di stupefacenti, abusa di una ragazzina tredicenne, aspirante modella, e per questo reato (ammesso dallo stesso Polanski) viene condannato ad una pena detentiva che non sconterà perché fuggirà dagli USA, riparando in Francia.
Ma ecco che, arrivato sabato scorso in Svizzera per ritirare un premio cinematografico, Roman Polanski viene arrestato sulla base del mandato di cattura emesso dagli Stati Uniti nel 1978. Il regista rischia l’estradizione negli USA dove potrebbe essere assoggettato ora a quella pena detentiva mai scontata.
E’ a questo punto che entra in scena il mondo della Cultura con la C maiuscola. Molti attori e registi di fama internazionale sottoscrivono un appello che invoca per il regista di Tess e di Rosemary’s Baby l’immediata scarcerazione. Tra i firmatari della petizione Ettore Scola, Marco Bellocchio, Giuseppe Tornatore, Monica Bellucci, Michele Placido ed altri nomi noti della cinematografia fra cui Costa-Gavras, Fanny Ardant e Bertrand Tavernier.
“I cineasti e gli autori francesi, europei, americani e del mondo intero intendono affermare la loro costernazione – si legge nell’appello – per l’arresto del grande regista e ne chiedono l’immediata liberazione”. “E’ inammissibile – continua il testo della petizione – che una manifestazione culturale internazionale, che rende omaggio a uno dei piu’ grandi cineasti contemporanei, possa trasformarsi in una trappola da poliziesco”.
Si ripete un rituale già visto: la Cultura si muove per salvare l’Artista, come già avvenne per esempio in occasione della richiesta italiana di estradizione dalla Francia per Cesare Battisti, oggi affermato romanziere dopo aver militato nei Proletari Armati per il Comunismo, sfuggito per decenni alla condanna a due ergastoli per quattro omicidi compiuti negli Anni di Piombo.
Mi chiedo: se lo stupro l’avesse commesso un povero cristo, privo di virtù artistiche, si sarebbe mobilitato qualcuno per salvarlo dalla condanna? Un reato è meno reato se chi lo commette sa dirigere un film o scrivere un libro? Io penso di no. E penso pure che non basta essere Artisti per sfuggire alle proprie responsabilità.
Come ai tempi di Don Rodrigo

La Giustizia in Italia è sotto osservazione da tempo e da più parti. Personalmente ho sempre pensato che sia per noi italiani IL problema dei problemi, perché è dal funzionamento della Giustizia che dipende la qualità della nostra convivenza civile. Lestofanti, furbetti, violenti e prepotenti possono proliferare tranquillamente qui da noi perché si sa che raramente ti beccano e, quand’anche ti becchino, le pene tardano ad arrivare e, se mai arrivano, raramente vengono scontate del tutto.
Ma c’è un altro risvolto del (mal)funzionamento della giustizia, in particolare della giustizia civile, sul quale non avevo mai avuto occasione di soffermarmi: è quello messo in evidenza da Milena Gabanelli (l’autrice e conduttrice della rubrica televisiva “Report”) in questo suo articolo sul Corriere della Sera. Chiedere giustizia in Italia costa molto: la lunghezza delle cause (ormai la media per una causa civile è arrivata a dieci anni) fà sì che siano pochi a potersi permettere il lusso di intentare una causa o di resistere quando qualcun altro, specie se facoltoso (e tra i “facoltosi” metterei anche lo Stato, che le “sue” cause le paga con le nostre tasse) ne intenta una a te.
Ho presente un caso recente in cui un povero diavolo, dopo aver sborsato una ventina di mila euro di spese di difesa, è stato condannato a risarcire la parte lesa per 30.000 euro, e che non sa se gli convenga appellarsi o pagare subito, visto quanto gli costerebbe in soldi e in pressione psicologica andare avanti col secondo grado di giudizio.
Effettivamente il “servizio giustizia” sotto tanti aspetti dimostra tutta la sua inefficienza, in termini di tempi e risultati, in spregio alla norme fondamentali della nostra Carta Costituzionale che sancisce (art.111) il diritto delle parti alla ragionevole durata del processo, nonché alla disciplina comunitaria che afferma l’importanza di tali principi per ogni ordinamento moderno ed efficiente, quale dovrebbe essere quello italiano. Da noi c’è pure una legge del 1991 (c.d. Legge Pinto) che dovrebbe risarcire il malcapitato se la durata del processo eccede i quattro anni in primo grado, i due in appello e un altro anno in Cassazione: ma, a quello che ne so, sono pochi coloro che se la sentono di imbarcarsi in un’altra causa (allo Stato!) per ottenere questo misero risarcimento (dai 1000 ai 2000 euro per ogni anno in più).
Però non esiste nessuna legge che ci tuteli dall’eccessivo costo delle spese legali, che sono funzione del numero delle udienze e delle consulenze. E, come dice la Gabanelli, non è facile trovare una polizza assicurativa che sia disposta a coprirle.
Insomma, la Giustizia italiana sembra tornata ai tempi di Don Rodrigo e dell’avvocato Azzeccagarbugli, quando contava molto il censo e poco l’effettivo torto o ragione delle parti in causa.
Ma possiamo davvero definirci “liberi” se siamo costretti a soccombere quando riteniamo di aver subito un torto e non ci possiamo permettere di difenderci?
Il candore
Al di fuori delle sue indiscutibili doti artistiche e professionali, Mike mi ha sempre affascinato per il suo candore, la sua perenne buona fede e la sua generosità verso colleghi e verso chiunque.
Con queste parole Renzo Arbore ha commentato la scomparsa di Mike Bongiorno.
E sono parole che mi hanno fatto riflettere sul “candore” come valore e non come sinonimo edulcorato di “ingenuità”, che al giorno d’oggi non è considerata una dote positiva, anzi tutt’altro. Il candore, che Arbore associa alla “perenne buona fede”, costituisce oggi quasi un disvalore, che si contrappone alla disincantata malizia di chi cerca sempre qualcosa di più e di diverso in ciò che è l’apparenza dei fatti, a quella sorta di “astuzia” del saper cogliere quello che al volgo non appare immediatamente chiaro perché per coglierlo occorre saperne “di più”, capirne “di più”.

Viene naturale ripensare al “Candide” in cui Voltaire invita a guardare il mondo con occhi disincantati e ci ricorda che non viviamo nel “migliore dei mondi possibili”. Forse parte da lì la tendenza a considerare il candore (nel senso di ingenuità, semplicità intrisa di ottimismo e di fiducia) come un limite dell’uomo piuttosto che come una sua qualità.
Nella mia vita sono stato spesso tacciato di ingenuità, di eccessiva fiducia nel prossimo, di dare troppo per scontato che quello che mi si dice può anche essere vero, che non tutti alterano i fatti e l’essenza delle cose per trarne un beneficio ingannandomi. Insomma, di credere, nonostante tutto, che possa ancora esistere la buona fede. Forse è per questo che mi ha fatto piacere trovare nelle parole di Arbore un apprezzamento del modo di vedere la vita con cui mi sento in sintonia.
Il fatto è che ad avere fiducia nel prossimo si rischia qualche fregatura, ma si vive infinitamente più sereni e in pace. Almeno, questa è la mia esperienza.
Utopia

Per Sara e per coloro che non si spaventano ad inseguire l’utopia:
L’utopia è come l’orizzonte.
Mi avvicino di due passi, e l’orizzonte si allontana di due passi.
Faccio dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi.
Per quanto cammini, mai lo raggiungerò.
E allora, a cosa serve l’utopia?
Serve a questo:
per continuare a camminare…
(Eduardo Galeano)
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