Altre riforme della Giustizia…

11 novembre 2009

Quando si parla di riforma della Giustizia è facile scatenare reazioni di parte. C’è chi la vede indifferibile per porre rimedio alle lungaggini che di fatto negano il “servizio” ai cittadini, c’è chi ritiene che l’unico motivo per cui la si vuole riformare è la salvaguardia dell’impunità per Berlusconi. Poi c’è pure qualcuno che considera l’argomento “intoccabile” come se i magistrati non fossero come tutti gli altri dipendenti statali e sul loro operato (di merito oltre che di produttività) non si potesse neanche discutere.

Ora spunta un annunciato disegno di legge che si propone di contingentare i tempi della Giustizia penale (solo per i reati la cui massima pena è inferiore a 10 anni) a sei anni (due per ciascuno dei tre gradi di giudizio). A me pare ancora troppo, ma è già meglio che l’infinito. So per esperienza che essere messi nel tritacarne del processo ti sconvolge la vita, facendoti perdere la serenità e un bel po’ di soldini. Che almeno si sappia che tutto questo potrà al massimo durare sei anni è già una mezza consolazione.

Ma, dopotutto, perché mai un cittadino onesto dovrebbe temere la Giustizia? Se le indagini fossero condotte seriamente e rapidamente, se il giudizio fosse indiscutibilmente equanime e rilasciato in tempi contenuti, l’ingresso da imputato in un’aula giudiziaria non dovrebbe preoccupare più di tanto. Il problema è che ormai in Italia sono pochissimi (l’ultima rilevazione parla di un misero 18%) ad avere fiducia nel funzionamento della macchina giudiziaria, proprio per quello che si legge in giro quasi ogni giorno. Ed anche, forse, perché persiste qui da noi la singolarità del fatto che i magistrati non vengono mai (o quasi mai) chiamati a rispondere degli errori che compiono nell’esercizio della loro funzione (inquirente o giudicante che sia), in questo perpetuando un privilegio unico nell’ambito delle categorie professionali che operano al servizio della collettività.

Qualcuno dirà che tanta sfiducia dipende anche dall’operazione di delegittimazione condotta sistematicamente da Berlusconi che grida ai giudici politicizzati: può anche darsi. Però bisogna considerare che un giudice che trasfonde il suo pensiero politico negli atti che compie in nome della Giustizia dà parecchio da pensare. E se ancora c’è qualcuno che ritenga che ciò non accade, basta che legga questo “manifesto” che ha tutta l’aria di un programma politico, reperibile sul sito di “Magistratura Democratica”, la corrente di sinistra dell’Associazione Nazionale Magistrati.

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